Il Teatro un giorno ti incontra per strada o nella semioscurità di una sala. Ti spoglia di quanto sapevi, senza farti restare nudo. Ti fa riconoscere dietro le tue maschere ed annulla la distanza da esse. Ti restituisce all'umiltà dell'ascolto. In questo luogo, sei invitato a darti quale sei, uno in più dei centomila personaggi già incontrati.

domenica 8 maggio 2011

Backstage Piece Drammaterapica, Sonia Il Resto della Mia Vita

Venerdì 13 maggio, 2011. DramaticaMente Teatro e il Creative Drama In-Out Theatre sono lieti di invitare attori ed ospiti al Backstage della prossima piece in costruzione: Sonia, Il Resto della Mia Vita..
La circostanza permetterà di mostrare, in un laboratorio dal vivo, aperto al pubblico, strumenti e metodo del teatro drammaterapico nella messa in scena di un play.

sabato 7 maggio 2011

Drammaterapia e Parola

Nero e Libertà, Atelier DramaticaMente Teatro, 2011
@ director
Recentemente, su facebook, con una mia cara amica, ho avuto un amicale "bisticcio" di parole proprio su le..."parole": si stava commentando il passo di Pessoa che qualche giorno fa ho trascritto qui. Parola simulacro, parola segno, parola concetto, parola forma.
In questo ultimo mezzo secolo la contesa tra forma e contenuto ha subito un duro colpo, con la scoperta (del resto non nuova) che i contenuti hanno impressa l'origine del contenitore e delle sue forme, che siano apparenti o legate al pensiero simbolico-astratto; che forme casuali hanno determinano lo sviluppo dell'evoluzione e che sui grandi numeri la statistica vince sempre, ma non riproduce la realtà del pensiero. E' un discorso che, almeno in questa sede, ci porterebbe troppo lontano. Esso ha "pericolosamente" intriso di relativismo la nostra cultura, ma che è stato necessario che accadesse come in ogni transizione verso una coscienza più "sottile". Desidero prendere lo spunto da questo per sottolineare alcuni aspetti del nostro importante lavoro, di cui ognuno di voi può sentirsi a pieno diritto "soldato" nella costruzione della "pace" (alludo ai conflitti interni ovviamente!).
La mia cara amica esprimeva un giudizio che, genericamente, condivido: bisognerebbe sbucciare la realtà dalle sovrastrutture (la realtà che noi facciamno funzionare in noi: bisogni e desideri) e tenere i noccioli di verità. Ma esistono questi nuclei puri di immanente  guida dei nostri disegni? Ed io sottolineavo come anche nello spogliamento della realtà dalle sovrastrutture (che voi ed io chiamiamo fronzoli od orpelli...ci intendiamo), bisogna essere cauti. Come togliere la casa ad una chiocciola! Esse parlano "ritualisticamente" (anche un edificio può essere un "rito") delle nostre paure, e sono segnali, visibili o nascosti di quello che siamo, siamo stati e potremo essere. In tal senso il nostro "teatro drammaterapico", insieme alla radice psicodinamica e creativa, sottolinea quella antropologica, discute particolarmente del valore del simbolo e del rito e con simboli e riti fa "giocare" i propri partecipanti.
A volte, mi verrebbe la tentazione di tentare un cauto e significativo discorso su Lacan, anche con voi, digiuni di psicanalisi e forse di gran parte della filosofia. Alcune menti pescano le idee dai sogni che orbitano sopra le nostre teste e ne fanno dono a tutti gli altri uomini. Poi comprendo che ogni edificio ha i suoi limiti, ma che essi costituiscono anche un assoluto, senza confronti.
Ed allora, nella prassi, che escano improvvisamente da una scatola verniciata di fresco o si muovano tra le pareti invisibili di ambienti solo "pensati", questi nostri simboli! Che il vostro inconscio con essi, produttivamente, continui a lavorare!

mercoledì 4 maggio 2011

Teatro, Attore e Drammaterapia

Detesto essere riduttivo, ma è un esercizio impagabile quello di riassumere, condensare, affilare le idee finchè diventino concetti e condensati del racconto che riguarda l'uomo. In questo caso il mestiere dell'attore. In tale ottica, gli allievi dovranno leggere...la significativa collocazione dell'attore nella drammaterapia e ciò che la differenzia dal teatro propriamente detto. Sottintendo propedeutiche tutti quegli interventi già svolti e discussi sia nel blog del CDIOT che in quello dell' Atelier LiberaMente.
Ciò premesso...

Nel Teatro
L'Attore nasce al punto d'incontro dell'interprete (specifica scuola di formazione, specifica personalità artistica) ed il personaggio (caratterizzazione di un ruolo, nel contesto dell'opera teatrale).Dunque egli, nel teatro come nel cinema, è la risultante dell'incontro tra una personalità addestrata alla "finzione" ed un carattere, come voluto dall'autore ed individuato dal regista.
  • L'Attore, con tutta la macchina teatrale (scenografia, organizzazione) è "al servizio" del testo;
  • Il Testo è "al servizio" della comunità;
  • Il Teatro nasce dall'opera teatrale allestita (attore, regista, ecc) nell'incontro con la comunità.
Esso non è un edificio, non una compagnia, è piuttosto una "funzione" (artistica) che si esercita attraverso lo scambio "creativo" tra attore e pubblico. Perchè vi sia "teatro" serve almeno un attore ed uno spettatore (Grotowsky). Lo "spettacolo" è costituito da tale incontro.

Nella Drammaterapia
Laboratorio di Drammaterapia, "Il Pavimento delle Emozioni",
 DramaticaMente Teatro, Aprile 2011
  • Il Testo è "al servizio" dell'attore;
  • L'Attore è "al servizio" dell'interprete;
  • Il Processo Drammaterapico lavora nella direzione della spinta evolutiva della   singola personalità e del gruppo, nella ridefinizione di risorse e conflitti, confini e  compiti.
Nel Teatro Drammaterapico (ad esempio il Creative Drama & In-Out Theatre), il "processo drammaterapico gruppale" è "al servizio" della comunità. 

Drammaterapia e Consapevolezza nella Evoluzione


@ Nero
Guardo sempre con piacere le nostre performances, attori in fasce che si mostrano per quello che sono; inesperti e insicuri quanto genuini e capaci di portare in scena le proprie difficoltà, lasciando che l'esperienza attoriale faccia da apripista al cammino dell'inconscio in un'osmotico scambio di emozioni e sentimenti a volte sconosciuti, seminascosti, negati o dimenticati in qualche angolo remoto del nostro Io. Perchè l'animale primordiale che strisciava e sentiva con il contatto e il fiuto ha poi dovuto evolvere in un essere capace di organizzarsi in modo più complesso e "culturalmente" più completo, ma non per questo scevro da rischi, ansie e momenti di sconforto, per le inevitabili e a volte salutari cadute e regressioni. E allora ben venga il pavimento che ci riporta ad uno stato semiembrionale; e ben venga la musica che ci fa sentire il ritmo della vita; evviva la danza che accomuna gli animi e li rende partecipi di qualcosa che supera l'individuo per portarlo nella dimensione gruppale; ed ancora grazie all'"Attore" che si spoglia degli orpelli e dei fronzoli di quella crescita che lo ha avvantaggiato e penalizzato al contempo, per essere se stesso alla ricerca del suo "senso".

@ director   
Che si possa far lavorare la mente, darle il permesso, sospingerla alla scoperta, amre il proprio sentimento di stupore, mentre scopre l'altro (che è già atto d'amore a doppio  ed unico senso senso) costituisce quanto tu descrivi. Ed allora desidero risponderti e raccontare ai tuoi compagni di viaggio un passo significativo di Bernardi Soares, alias Pessoa. A presto caro amico.

" Hai già pensato, o tu, l'Altra, quanto invisibili siamo gli uni agli altri? Hai già riflettuto su quanto ci ignoriamo? Ci vediamo, ma non ci vediamo. Ci udiamo, ma ognuno ascolta solo la voce che è dentro di sè.
   Le parole degli altri sono errori del nostro udire, naufragi del nostro comprendere. Con quale fiducia crediamo nel nostro senso delle parole altrui. Voluttà che altri pongono nelle parole, ci sanno di morte. Leggiamo voluttà e vita in ciò che gli altri lasciano cadere dalle labbra senza l'intenzione di dargli un senso profondo.
   La voce dei ruscelli che interpreti, innocente ripetitrice, la voce degli alberi nel cui mormorio riponiamo un senso -ah mio amore ignoto, quanto tutto questo è noi e tutto fantasie di cenere, che sgocciola lungo le grate delle nostra cella!"*

Nessun eco, profanante, a quanto scrive il poeta, ma è per quanto egli avvicina alla nostra mente che ci spingiamo più forte a dire che serve il salto verso l'"altro". Non acrobatico, non rovinoso, ma salto.
Parodiando quanto descrive  J. Cortazar, perchè davvero il mondo non  si divida, irrimediabilmente, tra Cronopios e Famas.
  

* Pessoa, Il Libro dell'Inquietudine, 325, New Compton Ed., 2006  

lunedì 2 maggio 2011

Drammaterapia, Il Pavimento delle Emozioni

Laboratorio Drammaterapia, 20 Aprile 2011

Il Pavimento delle Emozioni. Questa danza è il momento conclusivo del laboratorio. Quest’ultimo esplora il percorso dalla comunicazione animale sino all’intenzionalità consapevole dell’essere evoluto, atto cosciente, appunto una “danza”. Riepilogo simbolico che riassume filogenesi ed ontogenesi.In questa esperienza, il warm-up consiste nel proporre identificazioni, esasperando a tratti ruoli ed atteggiamenti. Nell’esempio del video, al microgruppo (tre persone) è suggerita l’attività del “ricordo”, sino al “rimpianto”. Successivamente, una tabula rasa dispone i soggetti a terra, luogo di origine, posto primitivo, con un contatto reciproco che sia casuale: una chemiotassi che preceda lo sviluppo dei sensi più affinati, di quelli che interverranno più tardi, quali l’udito e la vista. I partecipanti hanno gli occhi chiusi e l’unico orientamento è costituito dallo spazio intorno, libero od occupato.
Diversi milioni di anni e…l’invertebrato diviene “uomo”. Lo sviluppo dei suoi sensi e poi la coscienza costruiscono in parallelo una mente ed un’organizzazione sociale. Questo è quanto noi indichiamo con il termine di cultura. La cultura determina una differente selezione ed una diversa costruzione sociale, anche difforme da quanto suggeriscono gli istinti. Inizia una differente danza tra terra e cielo: la capacità del pensiero simbolico. “Danza” come rappresentazione della coscienza nel passaggio rituale dal biologico al mentale. Ponte tra le origini e lo sviluppo in atto, nel riassunto di identità diverse, non solo gruppo.

lunedì 25 aprile 2011

Drammaterapia, il pavimento delle emozioni







@ Nero
Non è affatto comodo muoversi senza l'aiuto delle braccia, strisciando e rotolando nel tentativo di... Di cosa? Nessuna direzione, nessuno scopo, nessun obiettivo, solo un corpo che si muove comandato dalle sensazioni del momento, senza porsi domande. Situazione strana, sensazione di vuoto e rilassatezza, un po' disturbato dal fatto di non dover dirigere nulla e di non usare le mie, abitualmente, capaci mani. Però comincio in questo modo a "sentire" meglio. Il pavimento, il tappeto, gli altri; altri che come me fanno la stessa esperienza.
E pian piano la difficoltà passa in secondo piano, perchè mi sembra di far parte di un corpo unico, di cui tutti sono gli arti, che si muovono in modo casuale, accettando con naturalezza gli urti e gli schiacciamenti, e la sensazione è di benessere. Un benessere che continua quando ascolto la voce provenire dalla scatola, che parla di stili musicali, li colloca nel tempo, attribuendone i luoghi di origine, ed immagino le persone di quell'epoca.
L'America dei primi anni del xx secolo, i locali fumosi degli anni trenta, l'avvento del rock negli anni sessanta.
E un po' nostalgicamente penso a quelle persone che vivevano la musica a tutto tondo, lasciando permeare la propria vita dalle note fuoriuscite da gracchianti radio e preistorici giradischi, vedendo il domani con l'ingenuità di chi forse non comprende, ma spera in un futuro migliore.
E ancora una volta il filo di un rapporto che mi fa sentire l'altro nell'intimo; che collega il nostro interiore in un circuito che non ha più gli interruttori e i comandi di stereotipi e convenzioni, incastri e maschere, finzioni e luoghi comuni.
E Pulcinella è veramente "tosta" quanto Alice è divertente, sento la loro Anima senza filtri, ci concediamo con gioia, e gioisco di questo...

sabato 23 aprile 2011

La Scatola straordinaria della Vita



@ Libertà
"Ancora una volta mi sono stupito, tutta la serata mi ha lasciato un senso di tristezza, non so perchè.Va bene. Rotolandomi in terra, quando incontravo l'altro, ero comodo. Poi mi sono fermato, sul petto forse di dedalo e sentivo il suo cuore battere e sono ritornato indietro di 30 anni, quando un dottore con uno stetoscopio, mi ha fatto ascoltare il battito del cuore di mio figlio nel grembo della madre, e ricordo di aver provato un'emozione straordinaria. Solo questo valeva la serata, naturalmente, senza tutti voi, non sarebbe accaduto, come è inprevedibile e magica la vita,quanto tutti siamo legati da un filo invisibile che ci unisce. Tutto questo è nascosto in un mondo che noi non conosciamo, ma viviamo, a patto che vogliamo viverlo, aprendoci a tutto quello che ci circonda, senza giudizi e pregiudizi, che meraviglia!
E se la scatola fosse la nostra vita e noi la teniamo chiusa, che vita è? Invece, una scatola aperta comunica con gli altri le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue paure, che possono svanire nella comunicazione, forse perchè condivise, oppure riconosciute o accettate, come una parte di noi. Per essere una serata "triste" è stata veramente positiva.
Libertà

venerdì 22 aprile 2011

Una Pasqua simbolica di intensa serenità


@ director
Desidero augurare una "pasqua" simbolica di intensa serenità all'Atelier e a tutti quanti ci seguono e sopportano le nostre performances, così strepitosamente imperfette e piene di "senso". E lo faccio con un fotomontaggio di qualche angelo rubato alla basilica di S. Pietro dalla macchina fotografica di mia figlia ed un sogno che Pulcinella ci ha regalato qualche giorno fa, recitandolo compitamente e coniugandovi tanta emozione. Grazie a tutti, grazie Pulcinella, Auguri.

"Un regalo per voi tutti con l'augurio di una meravigliosa Pasqua di pace e serenità: LA SCALA DELLA VITA.
Che belle le nuvole! E’ questo ciò che penso, mentre nella dimensione onirica di me adolescente cammino tra loro. I miei piedi scalzi ad accarezzare nel mio incedere spensierato questa morbida ovatta candida. Improvvisamente, innanzi a me una lunghissima scala a pioli di legno grezzo, con il naso all’insù la guardo per un attimo, con curiosità, cercando di capire dove può condurre. La vedo dissolversi tra i cumuli e con spensierata incoscienza, lentamente, inizio a la mia salita. Un piolo per volta. Decine, centinaia di piccole stecche di legno si inseguono sotto i miei piedi. Quando finirà? L’eccitazione della scoperta pian piano lascia il posto alla stanchezza. Ho paura. Non so cosa fare, non ne vedo la fine, vorrei tornare indietro, ma ci ripenso, non posso e non voglio arrendermi. Guardo in basso la lunghissima scala che si perde nel nulla, mi aggrappo con forza ai bordi che mi sostengono; sento che non ho più forza e la paura, la stanchezza, il dolore del lungo cammino lasciano ora spazio alla disperazione. Maledico la mia curiosità e mentre mi volto esausta per riprendere faticosamente il mio percorso... cosa vedo? Un enorme portone che prima non c’era! Afferro i battenti di bronzo, fauci di leone a sostenerle e con la poca forza ancora rimastami batto due colpi. Subito, come per magia, le grandi e pesanti ante si schiudono morbide quasi fossero ali e ciò che i miei occhi vedono ha davvero dell’incredibile. Un immenso giardino ombreggiato da alberi fioriti in una radiosa giornata di primavera inoltrata. Giù nel fondo una staccionata di legno e oltre solo cielo azzurro e nuvole. Tutti i colori hanno un’intensità tale che ne rimango rapita. Nel naso odore di muschio, fiori ed erba tagliata, ma ciò che maggiormente attrae la mia attenzione è il lento incedere di figure umane, tutte rigorosamente vestite solo di bianco. Una coppia in tipico stile Belle Epoque: lei sotto un enorme cappello, stretta in un bustino che le segna la vita, cammina ondeggiando la sua ampia gonna, accarezzando i fili d’erba sotto di sé. Per ripararsi dal sole, ha un graziosissimo ombrellino di pizzo. Accanto a lei un giovane uomo con i baffi all’insù e un cappello a cilindro le porge il braccio e l’ascolta rapito. Poco distante, un bimbo gioca rincorrendo il suo cerchio, un giovane soldato di una guerra non voluta appoggiato ad un albero, ascolta attento i racconti di due vecchi non più stanchi seduti su una panchina di pietra. Tutti nei loro abiti candidi sorridono e si muovono con dolcezza in quel verde e quell’azzurro limpido riscaldati dai raggi del sole che filtrano tra i rami. Quanta pace, quanta felicità! Sdraiata nell’erba, mi lascio cullare da questa sensazione e travolgere dall’emozione. Non vorrei più scendere quella scala e lasciare quel giardino, vorrei che il tempo si fermasse ora, per sempre, ma è mattino, mia madre mi chiama e risvegliandomi mi riporta alla realtà. “Perché mentre dormivi sorridevi? Cosa stavi sognando piccola mia?”- e lei - “Il Paradiso mamma!”. 
Un sogno di tantissimi anni fa, ero piccolissima, non l'ho mai dimenticato. Forse è davvero così, chi può dirlo. Con affetto, Pulcinella.

giovedì 21 aprile 2011

Ancora su Drama e Drammaterapia...

Laboratorio di Drammaterapia , 20.04.11
@ director
Il "drama" procede dall'iniziale provocazione significativa ed il senso di quest'ultima è personale e collettivo in un gruppo di drammaterapia. Non è una risposta, ma piuttosto un quesito che nasce dal "perturbante" in noi, svegliato nella letargia di rigidi meccanismi di difesa. Ed in quanto quesito, è "azione" tesa a rappresentare quel "risveglio".
In questo risiede l'azione drammatica. Il processo drammaterapico è quindi uno scatolone che contiene e ricontiene le varie edizioni di un proprio In-Out e come un illusionista le tira fuori a stupire e meravigliare: la capacità di non essere eguali a se stessi, pur restando se stessi.

In bilico tra interprete e personaggio si svolge allora la silenziosa intervista all'anima.

martedì 19 aprile 2011

Laboratorio di Drammaterapia

Il Pianeta fatto di Paura

@ director
"Hitler ha sbagliato tutto: se fosse vissuto nei giorni nostri avrebbe mandato dei tedeschi coi barconi a invadere il mondo e nessuno avrebbe potuto fermarli perche', beh, ci sono le ragioni umanitarie'". Questa è paura, anzi terrore.  E' terrore l'uccisione di Vittorio Arrigoni ed anche quando la diplomazia prostituisce la "umanità" con la legge del più forte.

"Vittorio Arrigoni", immagine tratta dall'account di
 facebook
Ho recentemente ricordato questo ad un mio paziente con attacchi di panico: poteva rivolgersi teneramente alla propria umanità, sentirla come valore, farsi proteggere da essa, oltre che dai farmaci, mentre una tempesta ormonale attraversava il suo corpo, tuttavia senza fare danno. Sì, la nostra paura può difenderci dalla paura, quando gli eventi sorpassano la realtà ed allora il panico finisce di farci del male, anzi il panico finisce proprio. Giusto quest'anno, sono trenta anni che curo pazienti con attacchi di panico e so che la rassicurazione che "...non può succederti nulla di più grave" e temibile di quello che già accade quando sei colto dal panico, è un'informazione che non serve a tranquillizzare. E' utile, inizialmente, per sgombrare il capo dalla confusione tra fisico e psichico, ma quando poi li devi far lavorare insieme (perchè nulla è solo fisico o solo psichico), perfino il "panico" serve per superare il panico. Ed allora la coscienza di valori superiori alle nostre contingenze e rituali preoccupazioni è un "gancio" a cui appendere potentemente la nostra "salvezza". Ci riporta alla consapevolezza, oltre l'esistere, di essere imperfetti attribuitori di senso, ma che, tuttavia, hanno la possibilità di sbagliare e quindi migliorare.
Un grande uomo (anche se non amo le citazioni) affermava che gli errori degli altri ci servono, perchè non potremmo imparare tutto da quelli che possiamo commettere nella nostra limitata esistenza...Una bella definizione che rassicura sull'errore, spingendo il pedale sulla responsabilità, piuttosto che sulla "colpa".
Vittorio puà "salvare qualche paziente (purchè questo lo desideri) da un attacco di panico, da un pensiero ipocondriaco, proprio mentre il "volontario" sta soffocando, probabilmente stretto da un legamento di ferro, in una stanza abbandonata in Gaza, per davvero. La sua esistenza, la passione, fatta delle stesse catecolamine che scorrono abbondanti in chi è preso dal panico, inducono a riflettere, a sentire in noi, disapprovazione, ma che dico... rabbia ed indignazione, e poi infine dolore, al posto della paura. Non avviene tutto solo perchè ci riflettiamo, solo perchè leggiamo commossi un articolo di giornale, ma più silenziosamente, se la nostra anima è nutrita da vicende oltre il confine delle nostre mura. E' una "nascita" interna che da dentro ti fa ritrovare senza paura, ma con la capacità di sperimentarla, se è umana. Disumane certe morti e tragedie, disumano il panico se per nutrice ha un civiltà con i paraocchi, che inventa mille marchingegni per fotografare il mondo, senza "rifletterlo" veramente.
Negli ultimi anni, nel web e nelle rubriche televisive ho spesso sentito affermare che "la crisi economica fa aumentare vertiginosamente la statistica degli attacchi di panico"; poi è stata la volta del terremoto dell'Aquila, poi gli omicidi di Sarah di Yara... Fatemi ironizzare sull'arguto senso scientifico di chi utilizza queste informazioni per "istigare" a delinquere... Lo sappiamo che un numero significativo di incidenti dell'aria può far aumentare la paura di volare, che il clima di incertezza che il terrorismo ha culturalmente creato incide profondamente sulla nostra sicurezza, fuori, ma anche quella interna. Non serve che quel mestiere che la specie degli sciacalli ha selezionato per motivi di biologica sopravvivenza, sopravviva anche in noi, predando chi è già stato predato: l'informazione che usa stessa per sopravvivere, utilizzando la tragedia o la paura. Questo non è etico e non aiuta chi soffre di "paura".
Nel nostro coraggioso teatro, ma pieni di timori, siamo consapevoli di aver rappresentato, in tre diverse edizioni, "Il Kamikaze" e di averlo registrato, mentre a Gaza o in Israele si muore per davvero. Di aver portato in scena Barbablù, mentre a due giovani promesse donne veniva violata la vita. La consapevolezza e la riflessione ti riparano dall'inganno della storia, del dittatore, del professionista, di te stesso. Si può combattere con i valori, senza sparare, senza confini arbitrari (quando ideologici, sia che si alzino, sia che si abbattano) contro l'indifferenza, il luogo comune, la comoda poltrona finchè un terrore infondato ci prenda, sfortunatamente, e ci induca a combattere inutilmente contro noi stessi. Cosa sto affermando? Intellettualmente è onesto riconoscere che la non riuscita integrazione tra valori personali e sociali, nella cultura e nell'individuo, può condurre a far funzionare il nostro corpo e la nostra mente in modo disordinato, non utile alla nostra esistenza ed a quella degli altri.
Grazie Vittorio.

venerdì 15 aprile 2011

Drammaterapia, la trama della relazione

Alice nell'esperienza del "filo": Drammaterapia, oltre il copione
@ Alice
"Recitare un copione o improvvisarlo non è facile (eppure quanto siamo attori nella vita!), soprattutto quando ci si trova ad interpretare parti che magari non ti appartengono. Stai in mezzo alla scena, occhi che ti guardano e non sai cosa dire, hai paura di dire una cosa stupida, hai paura di essere giudicata, non sei attrice e non sai recitare....Che fare? Pensi, ma il tempo è poco devi parlare, devi dire qualcosa, il cuore batte e la voce trema ma devi parlare.Vorresti urlare ma non ne sei capace, vorresti uscire di scena, ma non puoi. Che ci faccio io qui....Le emozioni sono troppo forti, il cuore batte, l'ansia ti assale...piangere o farsi coraggio? Ti fai coraggio e tiri fuori qualcosa, giusta o sbagliata che sia, bella o brutta ma l'hai tirata fuori ed è un traguardo in più che hai raggiunto!"

@ director
Ci hai fatto venire l'ansia, per un momento, e poi stare davvero bene! Fiuuuuu......

giovedì 7 aprile 2011

Drammaterapia, «Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro»

" Ha da passa' 'a nuttata"

@ director
DramaticaMente...parlando, ieri c'è stato un bisticcio di parole, racconti, versioni dei fatti e confusione da parte di una "fantastica" famiglia in crisi d'identità, che non poteva non comportare un'analoga confusione, affastellamento e contraddittoria ressa di interpretazioni da parte dello psichiatra, della psichiatra e dell'assistente sociale, "fantastici" anche loro. La "simulata", scarna di dettagli precostituiti, costruita in intinere tra suggerimenti del director e veementi proposizioni degli interpreti, ha riprodotto nella rissa a terra della due sorelle (la madre a la di lei sorella), davanti agli occhi stupefatti dei due gemelli "affiatati" (figli della prima e nipoti della seconda, ovviamente), la confusa battaglia delle idee che lì albergava in tutti, ma che dico...aleggiava come un vento che non sa decidersi da dove soffiare e dove rivolgersi. Poderosa esibizione delle contraddizioni, magnifica denuncia dell'impotenza, ricca sorgente di molte ipotesi (nessuna certa), esemplare spettacolo di incoerenza, impulsività, perdita dei confini...Ilarità e stupore negli interpeti e in chi assisteva, ma poi...basta? No. Servirà fumettarla (in mancanza di un video). Serviranno foto dei personaggi e nuvolette piene di cose "insensate" e che tuttavia un senso hanno. Servirà che voi, qui, riferiate e raccontiate cosa diavolo vi passava per la testa...perchè, è vero, come dice il brano di Vasco finale, " Ha da passa' 'a nuttata", ma il vero problema è che noi tutti siamo nei guai con il "giorno" e quello è sempre troppo lungo per far fare il suo lavoro benedetto alla notte.
Dimenticavo, "lo zio camionista", si...insomma quello che fuma molto, ha poi deciso di portare con sè, durante qualche trasferta in camion (prestigiosa prescrizione dello psichiatra, tra le tante), solo un gemello alla volta, anche se sono "affiatati": più prudente far guarire la famiglia un poco alla volta...
Ho titolato queste righe con una frase da scritto inedito di Eduardo. Buon lavoro "attori".

mercoledì 6 aprile 2011

Drammaterapia, la Figura & lo Sfondo

"Drammaterapia, figura & sfondo"
@ director
Il "filo" di questa relazione con il mondo e, contestuale, quello che ci ricollega, come una linea "dedicata", alle nostre esperienze passate (Langs), ad intrecciarsi insieme ed a intessere quella comunicazione così felice, fallita, stentata, complice, trascurata, rimossa, simbolica e reale...Dove siamo sfondo e figura nella nostra vicenda. Quando l'uno, quando l'altra? Quando insieme, se in fondo sembra che non si possa mai "non comunicare" (Watzlavick)?
Nell'esperienza ludica, attraverso il "filo", l'asta di bamboo, l'oggetto, si usa simbolicamente lo spazio-tempo per inserirvi la ricerca di una primitiva comunicazione tra due persone, "primitiva" perchè se ne cerca la lettura attraverso l'osservazione delle sovrastrutture, senza dimenticare che essa è anche e soprattutto quello; alla stessa stregua di una scienza, una politica, una religione permeate nel nostro pensiero "nevrotico" e da quello costituite. Ed il gioco conduce all'esplorazione del proprio Sè, alla definizione dei propri confini, consapevoli o meno ed alla dimensione "virtuale" della relazione che noi abbiamo dentro, prima ancora che nella prassi comunicativa. Nel gesto e nel movimento, nella postura e nell'arresto, essa relaizza la propria struttura e suggerisce l'implicita semantica. Un discorso che non vuole troppo "nutrire" la testa di questo gruppo, per non privare "la pancia" della sua potenziale intelligenza, ma a cui a volte è importante accennare. Dunque, la figura & lo sfondo...

venerdì 25 marzo 2011

Drammaterapia, La Relazione attraverso il Filo


@ Libertà
Un giorno, non si sa perché, incontro il teatro e così accade che incontri la relazione e un filo che mi permette di vivere un rapporto completamente diverso, senza parole, con uno spazio alle fantasie protette dal silenzio e ti accorgi che senti l'altro, in una nuova dimensione, e tutto questo mi porta dentro uno stato d'animo nuovo, libero. L'altro non è alto, basso, biondo, moro, uomo o donna, non è più classificato, ma vissuto attraverso quella relazione. E così sei fuori dal conflitto che governa la tua vita, perché –diciamolo- in quasi tutte le relazioni, cerchiamo di affermare quello che pensiamo, costruiamo. Vivere le relazioni come fossero un filo ipotetico tra noi e gli altri, ecco sembra impossibile: i fili non si vedono, ma l'altro percepisce la nostra difesa, si difende a sua volta e torna la guerra dentro. Non il conflitto per la sopravivenza, ma quello delle nostre paure. Il filo è una metafora che racconta l’autenticità.

@ Pulcinella
Il simbolo, la metafora e il gioco mi sono diventati più amici. La fiaba e il mito mi accompagnano, accendono alcune scintille e queste aprono i sensi. Mi accorgo delle resistenze, sul mio corpo, censuro le emozioni, le imprigiono, non gli permetto di tradirmi… la voce, il gesto, il timore dell’eco dentro e fuori: ho di nuovo attivato protezioni e schermature.
Poi, l’incontro: due anime diverse, casuali, ciascuna con il proprio vissuto di gioie e difficoltà non ancora risolte. Tra le mani un piccolo filo dorato ad unire a due a due questi mondi dissimili, eppure così uguali tra loro. Gli occhi dell’uno a scrutare quelli dell’altro, a cercare coraggio. Un pozzo profondo e buio nasconde tanti ricordi e tante, troppe, emozioni.. Il piccolo filo dorato teso tra loro diviene allora un superconduttore… di quelle. Dopo un po’, però, quasi per magia, resta teso tra loro, come divenuto una bacchetta magica: lo sguardo ora è diverso. L’altro non è più l’altro. Questo è il loro magico presente. Al futuro? Ci penseranno poi.

@ Nero
Quante volte il rapporto con l’altro tocca la nostra esistenza, modifica la traiettoria, la spinta, la guida, lo stop? Quanto di personale nella “relazione”? Come un banditore d’asta offre un oggetto decantandone le qualità e il valore. Un valore, appunto, del tutto personale. La tendenza a non considerare l’altro di vitale importanza, per quella paura primordiale di essere “abbandonato”, che ti fa avvicinare alla relazione con un’idea rigida, preformata. Ma per parlare di relazione bisogna essere almeno in due… Nella vita o quando ci impegniamo nel gioco dei fili, o quando ci misuriamo nello spazio che ci circonda con un filo. Oppure non riusciamo a compiere un gesto, il timore di dire ciò che pensiamo, di dichiarare apertamente quello che del rapporto ci fa soffrire, non ci rendiamo responsabili della buona salute della relazione. Se quel filo immaginario si allenta e il rapporto cade, se tiriamo troppo e lo perdiamo, la comunicazione non ha più senso di esistere, perché l’altro non c’è più: siamo soli, Tentare di riprendere il filo di un rapporto nuovo, nella speranza autentica che sia diverso.

mercoledì 16 marzo 2011

AUGURI ITALIA!

L'Arte, lo abbiamo ripetuto più volte su questi spazi, possiede uno "spettacolare" valore profetico. Non solo è simulacro di quanto di sociale e dunque politico avviene, ma è "crisalide" alle future ed imminenti avventure dell'Uomo. Il Teatro, non si sottrae a questo destino, anzi da questo nasce e dentro esso si sviluppa, occhio che può spaziare indietro e in avanti, arricchendo il presente dei presagi e delle memorie. Ed il teatro di due secoli fa fu come un vento che soffia tra le scene di opere maggiori e minori, con battute allusive e riferimenti alla "libertà dallo straniero", all'anelito verso l'Unità del Regno, con il dito puntato verso un clericalismo che imprigionava spesso (troppo spesso) libertà, sentimenti, cultura ed evoluzione. Teatro cospiratore in fondo, che usa i drammi del passato per rievocarli in uno spirito di edizione però presente, a spingere in avanti le speranze di quei nostri lontani compagni di viaggio. Giambattista Niccolini nè è un esempio e vorrei davvero che i miei allievi potessero approfondirne il pensiero, così' lucido, fiero e - si dimostrò- appunto profetico.
Auguri Italia, auguri nelle tue sciagure e pettegolezzi, auguri anche se devi ritirarti su le braghe perchè ora non hai l'alibi dello straniero e neanche devi avere quello degli "stranieri", ma le tue vicende, con il teatro inutile del gossip politico che devi cancellare dalla tua agenda.
Auguri Italia che fatichi a sbarcare il lunario, che ti inventi gli scienziati ed a fatica li trattieni, che non devi mai aver paura di difendere la libertà di espressione, ma anche la civiltà della stessa. Auguri Italia con i fondi per lo spettacolo congelati, promessi, negati.
Auguri Italia per i tuoi sforzi, la tua storia, la tua passione ed auguri a questi uomini e donne sconosciute dell'Italia che spero davvero siano sempre più rappresentati
Auguri miei "attori". Director

venerdì 11 marzo 2011

Drammaterapia: leggere le ombre

Nel corso di un Laboratorio sulla "Psicosomatica", tenutosi lo scorso anno (riprodotta la locandina qui a lato), abbiamo discusso di quanto per l’attore –e maggiormente l’attore in drammaterapia- sia importante esperire ed insieme riflettere cosa del corpo influenzi la psiche e quanto  quest’ultima ingeneri riflessi somatici. Il codice che ho appena usato –essenziale sottolinearlo- è in realtà obsoleto, in quanto riflette la superata nozione di corpo e psiche quali unità distinte, con una reciproca influenza che può essere misurata, valutata, persino curata. Le cose non stanno effettivamente così: l’unità corpo e psiche è indisgiungibile e dunque inseparabile nell’analisi di qualsiasi fenomeno riguardi l’individuo. La nostra mente riassume costantemente l'esperienza del corpo. E’ piuttosto la fonte dei segnali (apparentemente solo fisici o solo psichici) ad attrarre la nostra attenzione, ad addolorarci o darci piacere, ad essere il punto di partenza per la nostra riflessione; in realtà ogni fenomeno è psicosomatico e dunque somato-psichico. Tuttavia, dato che in questa sede si parla di quanto l’attore può osservare ed utilizzare attraverso le proprie percezioni, sensazioni ed emozioni e dato che siamo tutti lontani dall’aver raggiunto livelli di coscienza così “sottili” da percepire ogni fenomeno in noi come “unitario” (per dirla con Maslow, ci situiamo ancora a gradini piuttosto bassi della sua “scala di valori” e dunque giudizio), può tornare utile, strumentalmente, parlare di psicosomatica. Far riflettere l’attore dramma terapico sul fatto che se incontra una “resistenza” alla interpretazione di un dato ruolo, di una determinata parte, nessuna tecnica da sola potrà aiutarlo a superare quello che viene giudicato un apparente “ostacolo”, se invece non lo interpreterà come un utile “segnale al confine” che gli sta indicando qualcosa di lui, momentaneamente incomprensibile.

Ho indicato questo “inciampo” del percorso attoriale “segnale al confine”, ma di quale confine stiamo parlando? Non si allude solo al giudizio di “significativo”, giacchè ogni errore di per sé è comunque significativo, ed è quindi bene fare un piccolo passo indietro, verso la teoretica della dramma-terapia nel suo aspetto antropologico e psicodinamico. Confine è un limite astratto che qui adottiamo al posto di “luogo oltre il quale finisce il conosciuto” e, dato che parliamo di “segnale”: qualcosa ti sta avvisando che sei giunto alla soglia del territorio che tu conosci. Cos'è che invia questo segnale, quale il mittente? Si è realizzata una dinamica inconscia che ha posto l’individuo nell’imbarazzo “formale” (=conscio) di trovare risposte adattive alla situazione in atto, proprio perché qualcosa di “irrisolto”, “rimosso” o semplicemente mai affrontato è giunto a sollecitare sensi ed attribuzione di senso nell'area che noin è sotto il dominio della coscienza ordinaria. In dramma-terapia, il processo dramma- terapico lavora proprio in questa dimensione: la pratica ritualistica di esercizi atti a far esperire parti sconosciute o nascoste del proprio Sè induce al confronto con zone inesplorate della nostra psiche e, sollecita fantasmatiche che inizialmente possono male coniugarsi con il "copione" in questione, quello conosciuto di noi stessi, ovvero della parte in prescrizione performativa. Quello che ho definito “imbarazzo” coglie l’attore improvvisamente, nel silenzio della sua consapevolezza, ma a volte nel fragore di quelli che ora possiamo per comodità definire riflessi “psicosomatici”: il pianto, l’ilarità, persino la noia, il sonno, la stanchezza, l’eccitazione, il rapimento verso modificazioni più o meno importanti dell’ordinario stato di coscienza indicano che vi è un “tentativo di catarsi” in atto, il, cui esito non è certo, ma sicuramente importante ed utilizzabile. Tutto questo sia nella dimensione individuale che gruppale della dinamica fisica e psicologica.

Vi ripropongo quanto già detto in quella sede al gruppo allargato con numerosi ospiti. Director

”Oggi di Psicosomatica si parlerà attraverso corpo & anima di voi attori, giacchè è psicosomatico a volte un sintomo fisico, sono tutte psicosomatiche le nostre emozioni espresse attraverso il corpo. Forse fa eccezione lo sbadiglio (che può però dirla lunga di qcome stiamo reagendo ad esempio ora al mio discorso; ma non quello da contagio, ad esempio, trasmesso da chi ci è vicino, mentre lo “esegue”, perché, in quel caso, la riproduzione del gesto dell’altro passa per la nostra percezione e riflesso psichico.
Il corpo dell’attore non è un contenitore di emozioni, né quest’ultime possono ovviamente esistere senza il suo corpo. L’attore che recita è dunque l’espressione figurata (ma sensibile e vivente) di quanto la realtà psicosomatica sottenda l’intimo collante tra il nostro gesto ed il “significante”. Egli è simulacro dell’esperienza umana, un cristallo che si offre specchio alla nostra presenza, che fa potenzialmente vibrare allunisono chi assiste, come un cristallo. Ciò di cui si è "spettatori", in effetti, è lo “spettacolo” del teatro, quell’incontro assolutamente partecipativo tra recitante e spettatore (Grotowsky), incontro “costitutivo” intendo dire. Per questo oggi ho scelto di parlare di psicosomatica e attraverso due brevi pieces, estemporanee, se si valuta che le ho scritte negli ultimi tre giorni, ma significative se descrivono intimamente il punto di arrivo ed insieme partenza di alcune tematiche venute allo scoperto nel nostro lavoro con la dramma terapia. Il processo dramma terapico scava, esplora e porta alla luce attraverso passaggi e percorsi che sono psichici e fisici e relazionali. Lo spazio delle significazioni allora si estende oltre l’anima ed il corpo del soggetto, permeando e modulandosi nell’esperienza con l’altro. Anche questo spazio più dilatato diventa psicosomatico, alla stessa stregua di quanto lo è, per un soggetto allergico alla lattuga, leggere la parola “lattuga” su una rivista. Le nostre crisi allergiche, nel lavoro della drammaterapia, ci parlano di noi separati o negati, inespressi. Guai a dare un antistaminico, peggio che mai il cortisone. Questo aiuterebbe perversamente a sopportare per sempre il compromesso delle malattie dell’anima.
Perché la psichiatria organicista, quella che impiega i farmaci per intenderci, utilissimi, anzi in alcuni casi indispensabili per alleviare le condizioni di chi soffre, non ascolta con una certa continuità e frequenza le parole
che sgorgano dalla sofferenza e che riproducono in modo drammatico le condizioni d'esistenza di ciascuno di
noi, e in modo vertiginoso alcuni abissi che solo l'arte, la poesia, la musica, la mistica fanno dischiudere,
chiedendo spesso il sacrificio dell'artista, del poeta, del musicista, del mistico?”
(Umberto Galimberti. Scoprire Il dolore dell'anima,“"La Repubblica", 12 febbraio 2007)

martedì 8 marzo 2011

DramaticaMente 8 Marzo


8 Marzo. La Storia straccia sempre parti di sè andando avanti e spera di dimenticare i graffi importanti del suo percorso, spargendo profumi, colori, tutto quello che la Speranza rende possibile. 8 marzo pallido di luce per Yara, di quella terrena intendo, perchè i nostri occhi non sanno percepire molto spesso la bellezza, l'ingenuità, la leggerenza dei pensieri e si aggrappano voracemente a quella ruota che divora gli anni, le storie, quanto accade di buono e meno buono. Vorremmo Yara qui a difendere la propria luce in ogni otto marzo ed invece qualcuno (qualcosa di noi comunque) l'ha resa luminosissima nello sfondo chiaroscurato di un mondo distratto o mostruoso. Ed accade allora che lei, come questa torpida ferita di guerra civile nella Libia che ci è vicina, nella baracca nomade da non molto bruciata con tre bambini, sposti il nostro "teatro". Gli chieda quella voce, quel gesto, quel cuore che tante volte negli anni trascorsi vi ho chiesto, nel viaggio verso l'autenticità. Il quadro si deve spostare dalla parete, deve diventare un braccio forte, maschile e femminile insieme, che solleva la coscienza dal torpore e fa riflettere. Serve della luce, anche quando lavoriamo ad occhi chiusi. Serve la luce che faccia danzare terra e luna di nuovo verso l'attesa delle cose belle ed importanti di questo pianeta, tuttavia presuntuso.
Un augurio a tutte le nostre "attrici" dai loro "attori".