Il Teatro un giorno ti incontra per strada o nella semioscurità di una sala. Ti spoglia di quanto sapevi, senza farti restare nudo. Ti fa riconoscere dietro le tue maschere ed annulla la distanza da esse. Ti restituisce all'umiltà dell'ascolto. In questo luogo, sei invitato a darti quale sei, uno in più dei centomila personaggi già incontrati.

giovedì 19 maggio 2011

DRAMATHERAPY COLLAGE 1

Dramatherapy Backstage, Sonia, The Rest of My Life, Astra,
Beatrice and Jolie, Atelier DramaticaMente Teatro, 13 maggio 2011
Le donne di "Sonia" sono arrabbiate, a volte furiose, condannano il mondo, gli uomini, le madri, forse salvano solo le figlie. Sono figlie anch'esse, trascurate, con il fondo tinta che copre i solchi di un dolore antico. Vogliono piacere e vendono piacere, selezionano gli ospiti, si fanno usare, usando. Piangono da sole. La loro dignità non è sbandierata su nessun poster di partito, nè corre tra i fili invisibili dei cellulari. Esse preferiscono "incontrare", collezionando il bene ed il male, accuratamente, in librerie segrete della propria anima. Non sono faziose, ma terribilmente polemiche. La polemica intrattiene il vero ed il falso, mentre parlano, nella loro testa. Si illudono di dargli scena, di "pulirsi" del passato, di "superare" il presente". Divengono madri per caso e questo riesce a fargli rimuovere le scene dell'oggi.
Astra: "E' questo che riesci a dirmi...davvero tutto qui quello che riesci a dimostrare?!". Beatrice: "Sono stanca, stufa e stanca, annoiata...nessuno spiraglio di novità nei tuoi occhi. Come fai,. dimmi...come fai a non vedere!"
Jolie: "Sei crudele! Neanche l'evidenza ti convince, niente può cambiarti. Ho sempre visto altro nei tuoi occhi, ma ero solo io ad osservarmi..."
Disincatate, nemmeno più interessate a pagare un "riscatto" per riprendersi la loro vita, "Il Resto della Loro Vita". Le donne di "Sonia" lottano da sole, per affermare che vi era una possibilità diversa. Poi una figlia. Il cerchio magico che promette correzioni del percorso, che consola, che riempe ora il loro presente (5° Atto). Tutto il resto lo penserà il pubblico...

martedì 17 maggio 2011

Drammaterapia, il personaggio che è dentro

Dramatherapy Backstage, Sonia, Il Resto della Mia Vita,
 Pulcinella, Atelier DramaticaMente Teatro,
 13 maggio 2011

lunedì 16 maggio 2011

Dramatherapy, Discussion without Truth

Dramatherapy Backstage, Sonia, Il Resto della Mia Vita, Astra e Fenice,
Atelier DramaticaMente Teatro, 13 maggio 2011

Dramatearpia, prove d'Autore

Dramatherapy Backstage, Sonia
 Il Resto della Mia Vita, Jolie, 
13 maggio 2011

domenica 15 maggio 2011

Drammaterapia, sincretismo tra interprete ed attore

Dramatherapy Backstage, Sonia, Il Resto della mia Vita,
Libertà, Atelier DramaticaMernte Teatro, 13 Maggio 2011
@director

Dov'è il passaggio di confine tra interprete ed attore? Come si compie l'osmosi tra i due territori (qunto conosco di me e qunto mi chiede la parte di interpretare)? L'interpretazione teatrale possiede per binario: la tecnica attoriale. Questa permette di vestire abiti anche insoliti, che usano tutto il bagaglio (estremamente ampliato ed affinnato) delle percezioni, sensazioni, emozioni umane, come anche quello cognitivo, con abilità come la memoria e l'attenzione, ecc. Nel setting drammaterapico, la drammaturgia è invece usata come una luce dedicata che fotografa e riprende la vicenda del soggetto, colorandola di inconsueto. Il risultato è quello di evocare fantasmatiche rimosse o riproporre all'attenzione cosciente paesaggi dati per scontati. La ricontestualizzazione di quanto già esperito, già cosciente o meno (mi riferisco agli aspetti cognitivi ed affettivi delle esperienze archiviate), all'interno della cornice del teatro (come se), crea un dialogo particolare intrapsichico e poi relazionale che noi chiamiamo "processo drammaterapico".
Il personaggio, nella familiarità od estraneità di quanto costituisce l'esperienza specifica dell'interprete (alcuni ruoli ci sono conosciuti, altri non sono stati mai sperimentati), è l'altro con cui dialogare, una sottile "conversazione" che si esprime nella performance, che fa evolvere e modificare quest'ultima in stretto rapporto con quanto elaborato. Il "logos" (la parte così lavorata) diventa allora il luogo psicodinamico dell'incontro con l'altro mondano (il compagno attore, tutto il gruppo), quello che permette di sperimentare le prove d'autore dell'inconscio. Se questo processo avviene molte volte, in andata e ritorno, con contenuti che dal comparto intrapsichico trovano espressione nel setting per rideterminare successivamente nello psichico quanto già evocato, noi definiamo questo processo "In-Out", e il regista ed il gruppo hanno il potere ed il ruolo di sollecitare questa dinamica (Creative Drama & In-Out Theatre).
La tecnica drammaterapica serve questo scopo ed il regista deve usare artifici e provocazioni per evitare che il testo si insinui nei canjons già scavati del pregiudizio, dell'abitudine e delle resistenze. Si potrebbe immaginare il testo bussare alla porta del soggetto. Questi la apre, ma il testo continua a bussare. L'ospite fa presente che la porta è stata aperta e che egli può entrare. Generalmente la perplessità che accompagna un terzo turno di colpi all'uscio, spinge la richiesta più profondamente, oltre l'ovvietà delle risposte e determina il "drama".

DramaticaMente Sonia

Backstage Sonia, Il Resto della Mia Vita, Slesia interpreta Sonia,
Atelier DramaticaMente Teatro,13 maggio 2011

giovedì 12 maggio 2011

Drammaterapia e l'Inganno della Comodità.

La comodità ha il contraddittorio duplice aspetto di promettere un "comfortable way" ed insieme imprigionare potenziali risorse. Ti accomodi, appunto, ti siedi su quella accogliente poltrona modello Morris e tutto si addormenta. Ma perchè si dovrebbe fuggire da tale auspicabile condizione di benessere. Perchè, dunque, dovremmo finire per trovare "scomodo" ciò che è innegabilmente comodo, che offre morbidezza alle ossa ed ai pensieri?
Cortazar, in un memorabile piccolo stralcio della sua antologia di storie di Cronopios e Famas, dibatte tale "dilemma" ("la posizione più comoda per la zia"). L'intera storia dell'Uomo si dimena tra l'affanno nobile o mortificante alla ricerca del perfettibile e l'inesauribile epicureo piacere del lasciare che le cose scorrano in avanti, che siano gli altri a portarle, dell'immersione più assoluta dello "stare a guardare". Tipologie psicologiche, ideologie, filosofie, persino visoni scientifiche o psedudoscientifiche e -se volete- anche la new age si sono imbrogliate, scrivendo la nostra avventura umana, nell'incociliabile dissidio tra la tensione verso il sedersi e quella verso il camminare in avanti, ideale lotta con il tempo, dentro al tempo, fuori del tempo...
Astra, nel suo ultimo commento al post nel blog, accenna saggiamente al fatto che, essendo l'abitudine sovrana, sempre, nel bene e nel male, si debba ingannare il vizio dell'inerzia, se si desidera scoprire altro in sè, che quella non abbia adormentato tra le righe comode e conosciute delle nostre vicende. Mi compiaccio che alcuni codici semantici stiano positivamente contaminando la semplicità, a volte incauta, altre volte meritatamente comoda, dello stare seduti ad aspettare che qualcoisa avvenga (a questo ti riferisci vero Astra?).
In drammaterapia, la "finzione" ti copre le spalle dall'evidenza che alcune cose in realtà ti siano "familiari", benchè sconosciute...te le mette indosso, con il pretesto del "come se", ed apre quello straordionario dialogo che solo il teatro può sollecitare, nell'attore, nello spettatore.
Ci sono film per i quali non si esaurirebbe mai il piacere di rivederli, a distanza di tempo. Ed alcune musiche fanno lo stesso effetto. Ma c'è un film personale, affascinante, in costante preparazione, che accetta variazioni in corso d'opera, che è la nostra vita. Seduti od in piedi, ne siamo spettatori ed attori. E confortabile può essere una vita intera, un amore, un momento ed insieme tenere dentro molte domande. Il potere è quello di aprire ogni tanto e serenamente farcele. Domani nel backstage di "Il Resto della Sua VIta", scomoderemo Sonia, tentando di distoglierla dalla "disperazione" (sentimento  nel quale ed attraverso, sempre, in qualche, modo ci salviamo) ed imbrigliarla nelle domande, nella "confortable possibility" delle risposte.

Comfortable - John Mayer

domenica 8 maggio 2011

Backstage Piece Drammaterapica, Sonia Il Resto della Mia Vita

Venerdì 13 maggio, 2011. DramaticaMente Teatro e il Creative Drama In-Out Theatre sono lieti di invitare attori ed ospiti al Backstage della prossima piece in costruzione: Sonia, Il Resto della Mia Vita..
La circostanza permetterà di mostrare, in un laboratorio dal vivo, aperto al pubblico, strumenti e metodo del teatro drammaterapico nella messa in scena di un play.

sabato 7 maggio 2011

Drammaterapia e Parola

Nero e Libertà, Atelier DramaticaMente Teatro, 2011
@ director
Recentemente, su facebook, con una mia cara amica, ho avuto un amicale "bisticcio" di parole proprio su le..."parole": si stava commentando il passo di Pessoa che qualche giorno fa ho trascritto qui. Parola simulacro, parola segno, parola concetto, parola forma.
In questo ultimo mezzo secolo la contesa tra forma e contenuto ha subito un duro colpo, con la scoperta (del resto non nuova) che i contenuti hanno impressa l'origine del contenitore e delle sue forme, che siano apparenti o legate al pensiero simbolico-astratto; che forme casuali hanno determinano lo sviluppo dell'evoluzione e che sui grandi numeri la statistica vince sempre, ma non riproduce la realtà del pensiero. E' un discorso che, almeno in questa sede, ci porterebbe troppo lontano. Esso ha "pericolosamente" intriso di relativismo la nostra cultura, ma che è stato necessario che accadesse come in ogni transizione verso una coscienza più "sottile". Desidero prendere lo spunto da questo per sottolineare alcuni aspetti del nostro importante lavoro, di cui ognuno di voi può sentirsi a pieno diritto "soldato" nella costruzione della "pace" (alludo ai conflitti interni ovviamente!).
La mia cara amica esprimeva un giudizio che, genericamente, condivido: bisognerebbe sbucciare la realtà dalle sovrastrutture (la realtà che noi facciamno funzionare in noi: bisogni e desideri) e tenere i noccioli di verità. Ma esistono questi nuclei puri di immanente  guida dei nostri disegni? Ed io sottolineavo come anche nello spogliamento della realtà dalle sovrastrutture (che voi ed io chiamiamo fronzoli od orpelli...ci intendiamo), bisogna essere cauti. Come togliere la casa ad una chiocciola! Esse parlano "ritualisticamente" (anche un edificio può essere un "rito") delle nostre paure, e sono segnali, visibili o nascosti di quello che siamo, siamo stati e potremo essere. In tal senso il nostro "teatro drammaterapico", insieme alla radice psicodinamica e creativa, sottolinea quella antropologica, discute particolarmente del valore del simbolo e del rito e con simboli e riti fa "giocare" i propri partecipanti.
A volte, mi verrebbe la tentazione di tentare un cauto e significativo discorso su Lacan, anche con voi, digiuni di psicanalisi e forse di gran parte della filosofia. Alcune menti pescano le idee dai sogni che orbitano sopra le nostre teste e ne fanno dono a tutti gli altri uomini. Poi comprendo che ogni edificio ha i suoi limiti, ma che essi costituiscono anche un assoluto, senza confronti.
Ed allora, nella prassi, che escano improvvisamente da una scatola verniciata di fresco o si muovano tra le pareti invisibili di ambienti solo "pensati", questi nostri simboli! Che il vostro inconscio con essi, produttivamente, continui a lavorare!

mercoledì 4 maggio 2011

Teatro, Attore e Drammaterapia

Detesto essere riduttivo, ma è un esercizio impagabile quello di riassumere, condensare, affilare le idee finchè diventino concetti e condensati del racconto che riguarda l'uomo. In questo caso il mestiere dell'attore. In tale ottica, gli allievi dovranno leggere...la significativa collocazione dell'attore nella drammaterapia e ciò che la differenzia dal teatro propriamente detto. Sottintendo propedeutiche tutti quegli interventi già svolti e discussi sia nel blog del CDIOT che in quello dell' Atelier LiberaMente.
Ciò premesso...

Nel Teatro
L'Attore nasce al punto d'incontro dell'interprete (specifica scuola di formazione, specifica personalità artistica) ed il personaggio (caratterizzazione di un ruolo, nel contesto dell'opera teatrale).Dunque egli, nel teatro come nel cinema, è la risultante dell'incontro tra una personalità addestrata alla "finzione" ed un carattere, come voluto dall'autore ed individuato dal regista.
  • L'Attore, con tutta la macchina teatrale (scenografia, organizzazione) è "al servizio" del testo;
  • Il Testo è "al servizio" della comunità;
  • Il Teatro nasce dall'opera teatrale allestita (attore, regista, ecc) nell'incontro con la comunità.
Esso non è un edificio, non una compagnia, è piuttosto una "funzione" (artistica) che si esercita attraverso lo scambio "creativo" tra attore e pubblico. Perchè vi sia "teatro" serve almeno un attore ed uno spettatore (Grotowsky). Lo "spettacolo" è costituito da tale incontro.

Nella Drammaterapia
Laboratorio di Drammaterapia, "Il Pavimento delle Emozioni",
 DramaticaMente Teatro, Aprile 2011
  • Il Testo è "al servizio" dell'attore;
  • L'Attore è "al servizio" dell'interprete;
  • Il Processo Drammaterapico lavora nella direzione della spinta evolutiva della   singola personalità e del gruppo, nella ridefinizione di risorse e conflitti, confini e  compiti.
Nel Teatro Drammaterapico (ad esempio il Creative Drama & In-Out Theatre), il "processo drammaterapico gruppale" è "al servizio" della comunità. 

Drammaterapia e Consapevolezza nella Evoluzione


@ Nero
Guardo sempre con piacere le nostre performances, attori in fasce che si mostrano per quello che sono; inesperti e insicuri quanto genuini e capaci di portare in scena le proprie difficoltà, lasciando che l'esperienza attoriale faccia da apripista al cammino dell'inconscio in un'osmotico scambio di emozioni e sentimenti a volte sconosciuti, seminascosti, negati o dimenticati in qualche angolo remoto del nostro Io. Perchè l'animale primordiale che strisciava e sentiva con il contatto e il fiuto ha poi dovuto evolvere in un essere capace di organizzarsi in modo più complesso e "culturalmente" più completo, ma non per questo scevro da rischi, ansie e momenti di sconforto, per le inevitabili e a volte salutari cadute e regressioni. E allora ben venga il pavimento che ci riporta ad uno stato semiembrionale; e ben venga la musica che ci fa sentire il ritmo della vita; evviva la danza che accomuna gli animi e li rende partecipi di qualcosa che supera l'individuo per portarlo nella dimensione gruppale; ed ancora grazie all'"Attore" che si spoglia degli orpelli e dei fronzoli di quella crescita che lo ha avvantaggiato e penalizzato al contempo, per essere se stesso alla ricerca del suo "senso".

@ director   
Che si possa far lavorare la mente, darle il permesso, sospingerla alla scoperta, amre il proprio sentimento di stupore, mentre scopre l'altro (che è già atto d'amore a doppio  ed unico senso senso) costituisce quanto tu descrivi. Ed allora desidero risponderti e raccontare ai tuoi compagni di viaggio un passo significativo di Bernardi Soares, alias Pessoa. A presto caro amico.

" Hai già pensato, o tu, l'Altra, quanto invisibili siamo gli uni agli altri? Hai già riflettuto su quanto ci ignoriamo? Ci vediamo, ma non ci vediamo. Ci udiamo, ma ognuno ascolta solo la voce che è dentro di sè.
   Le parole degli altri sono errori del nostro udire, naufragi del nostro comprendere. Con quale fiducia crediamo nel nostro senso delle parole altrui. Voluttà che altri pongono nelle parole, ci sanno di morte. Leggiamo voluttà e vita in ciò che gli altri lasciano cadere dalle labbra senza l'intenzione di dargli un senso profondo.
   La voce dei ruscelli che interpreti, innocente ripetitrice, la voce degli alberi nel cui mormorio riponiamo un senso -ah mio amore ignoto, quanto tutto questo è noi e tutto fantasie di cenere, che sgocciola lungo le grate delle nostra cella!"*

Nessun eco, profanante, a quanto scrive il poeta, ma è per quanto egli avvicina alla nostra mente che ci spingiamo più forte a dire che serve il salto verso l'"altro". Non acrobatico, non rovinoso, ma salto.
Parodiando quanto descrive  J. Cortazar, perchè davvero il mondo non  si divida, irrimediabilmente, tra Cronopios e Famas.
  

* Pessoa, Il Libro dell'Inquietudine, 325, New Compton Ed., 2006  

lunedì 2 maggio 2011

Drammaterapia, Il Pavimento delle Emozioni

Laboratorio Drammaterapia, 20 Aprile 2011

Il Pavimento delle Emozioni. Questa danza è il momento conclusivo del laboratorio. Quest’ultimo esplora il percorso dalla comunicazione animale sino all’intenzionalità consapevole dell’essere evoluto, atto cosciente, appunto una “danza”. Riepilogo simbolico che riassume filogenesi ed ontogenesi.In questa esperienza, il warm-up consiste nel proporre identificazioni, esasperando a tratti ruoli ed atteggiamenti. Nell’esempio del video, al microgruppo (tre persone) è suggerita l’attività del “ricordo”, sino al “rimpianto”. Successivamente, una tabula rasa dispone i soggetti a terra, luogo di origine, posto primitivo, con un contatto reciproco che sia casuale: una chemiotassi che preceda lo sviluppo dei sensi più affinati, di quelli che interverranno più tardi, quali l’udito e la vista. I partecipanti hanno gli occhi chiusi e l’unico orientamento è costituito dallo spazio intorno, libero od occupato.
Diversi milioni di anni e…l’invertebrato diviene “uomo”. Lo sviluppo dei suoi sensi e poi la coscienza costruiscono in parallelo una mente ed un’organizzazione sociale. Questo è quanto noi indichiamo con il termine di cultura. La cultura determina una differente selezione ed una diversa costruzione sociale, anche difforme da quanto suggeriscono gli istinti. Inizia una differente danza tra terra e cielo: la capacità del pensiero simbolico. “Danza” come rappresentazione della coscienza nel passaggio rituale dal biologico al mentale. Ponte tra le origini e lo sviluppo in atto, nel riassunto di identità diverse, non solo gruppo.

lunedì 25 aprile 2011

Drammaterapia, il pavimento delle emozioni







@ Nero
Non è affatto comodo muoversi senza l'aiuto delle braccia, strisciando e rotolando nel tentativo di... Di cosa? Nessuna direzione, nessuno scopo, nessun obiettivo, solo un corpo che si muove comandato dalle sensazioni del momento, senza porsi domande. Situazione strana, sensazione di vuoto e rilassatezza, un po' disturbato dal fatto di non dover dirigere nulla e di non usare le mie, abitualmente, capaci mani. Però comincio in questo modo a "sentire" meglio. Il pavimento, il tappeto, gli altri; altri che come me fanno la stessa esperienza.
E pian piano la difficoltà passa in secondo piano, perchè mi sembra di far parte di un corpo unico, di cui tutti sono gli arti, che si muovono in modo casuale, accettando con naturalezza gli urti e gli schiacciamenti, e la sensazione è di benessere. Un benessere che continua quando ascolto la voce provenire dalla scatola, che parla di stili musicali, li colloca nel tempo, attribuendone i luoghi di origine, ed immagino le persone di quell'epoca.
L'America dei primi anni del xx secolo, i locali fumosi degli anni trenta, l'avvento del rock negli anni sessanta.
E un po' nostalgicamente penso a quelle persone che vivevano la musica a tutto tondo, lasciando permeare la propria vita dalle note fuoriuscite da gracchianti radio e preistorici giradischi, vedendo il domani con l'ingenuità di chi forse non comprende, ma spera in un futuro migliore.
E ancora una volta il filo di un rapporto che mi fa sentire l'altro nell'intimo; che collega il nostro interiore in un circuito che non ha più gli interruttori e i comandi di stereotipi e convenzioni, incastri e maschere, finzioni e luoghi comuni.
E Pulcinella è veramente "tosta" quanto Alice è divertente, sento la loro Anima senza filtri, ci concediamo con gioia, e gioisco di questo...

sabato 23 aprile 2011

La Scatola straordinaria della Vita



@ Libertà
"Ancora una volta mi sono stupito, tutta la serata mi ha lasciato un senso di tristezza, non so perchè.Va bene. Rotolandomi in terra, quando incontravo l'altro, ero comodo. Poi mi sono fermato, sul petto forse di dedalo e sentivo il suo cuore battere e sono ritornato indietro di 30 anni, quando un dottore con uno stetoscopio, mi ha fatto ascoltare il battito del cuore di mio figlio nel grembo della madre, e ricordo di aver provato un'emozione straordinaria. Solo questo valeva la serata, naturalmente, senza tutti voi, non sarebbe accaduto, come è inprevedibile e magica la vita,quanto tutti siamo legati da un filo invisibile che ci unisce. Tutto questo è nascosto in un mondo che noi non conosciamo, ma viviamo, a patto che vogliamo viverlo, aprendoci a tutto quello che ci circonda, senza giudizi e pregiudizi, che meraviglia!
E se la scatola fosse la nostra vita e noi la teniamo chiusa, che vita è? Invece, una scatola aperta comunica con gli altri le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue paure, che possono svanire nella comunicazione, forse perchè condivise, oppure riconosciute o accettate, come una parte di noi. Per essere una serata "triste" è stata veramente positiva.
Libertà

venerdì 22 aprile 2011

Una Pasqua simbolica di intensa serenità


@ director
Desidero augurare una "pasqua" simbolica di intensa serenità all'Atelier e a tutti quanti ci seguono e sopportano le nostre performances, così strepitosamente imperfette e piene di "senso". E lo faccio con un fotomontaggio di qualche angelo rubato alla basilica di S. Pietro dalla macchina fotografica di mia figlia ed un sogno che Pulcinella ci ha regalato qualche giorno fa, recitandolo compitamente e coniugandovi tanta emozione. Grazie a tutti, grazie Pulcinella, Auguri.

"Un regalo per voi tutti con l'augurio di una meravigliosa Pasqua di pace e serenità: LA SCALA DELLA VITA.
Che belle le nuvole! E’ questo ciò che penso, mentre nella dimensione onirica di me adolescente cammino tra loro. I miei piedi scalzi ad accarezzare nel mio incedere spensierato questa morbida ovatta candida. Improvvisamente, innanzi a me una lunghissima scala a pioli di legno grezzo, con il naso all’insù la guardo per un attimo, con curiosità, cercando di capire dove può condurre. La vedo dissolversi tra i cumuli e con spensierata incoscienza, lentamente, inizio a la mia salita. Un piolo per volta. Decine, centinaia di piccole stecche di legno si inseguono sotto i miei piedi. Quando finirà? L’eccitazione della scoperta pian piano lascia il posto alla stanchezza. Ho paura. Non so cosa fare, non ne vedo la fine, vorrei tornare indietro, ma ci ripenso, non posso e non voglio arrendermi. Guardo in basso la lunghissima scala che si perde nel nulla, mi aggrappo con forza ai bordi che mi sostengono; sento che non ho più forza e la paura, la stanchezza, il dolore del lungo cammino lasciano ora spazio alla disperazione. Maledico la mia curiosità e mentre mi volto esausta per riprendere faticosamente il mio percorso... cosa vedo? Un enorme portone che prima non c’era! Afferro i battenti di bronzo, fauci di leone a sostenerle e con la poca forza ancora rimastami batto due colpi. Subito, come per magia, le grandi e pesanti ante si schiudono morbide quasi fossero ali e ciò che i miei occhi vedono ha davvero dell’incredibile. Un immenso giardino ombreggiato da alberi fioriti in una radiosa giornata di primavera inoltrata. Giù nel fondo una staccionata di legno e oltre solo cielo azzurro e nuvole. Tutti i colori hanno un’intensità tale che ne rimango rapita. Nel naso odore di muschio, fiori ed erba tagliata, ma ciò che maggiormente attrae la mia attenzione è il lento incedere di figure umane, tutte rigorosamente vestite solo di bianco. Una coppia in tipico stile Belle Epoque: lei sotto un enorme cappello, stretta in un bustino che le segna la vita, cammina ondeggiando la sua ampia gonna, accarezzando i fili d’erba sotto di sé. Per ripararsi dal sole, ha un graziosissimo ombrellino di pizzo. Accanto a lei un giovane uomo con i baffi all’insù e un cappello a cilindro le porge il braccio e l’ascolta rapito. Poco distante, un bimbo gioca rincorrendo il suo cerchio, un giovane soldato di una guerra non voluta appoggiato ad un albero, ascolta attento i racconti di due vecchi non più stanchi seduti su una panchina di pietra. Tutti nei loro abiti candidi sorridono e si muovono con dolcezza in quel verde e quell’azzurro limpido riscaldati dai raggi del sole che filtrano tra i rami. Quanta pace, quanta felicità! Sdraiata nell’erba, mi lascio cullare da questa sensazione e travolgere dall’emozione. Non vorrei più scendere quella scala e lasciare quel giardino, vorrei che il tempo si fermasse ora, per sempre, ma è mattino, mia madre mi chiama e risvegliandomi mi riporta alla realtà. “Perché mentre dormivi sorridevi? Cosa stavi sognando piccola mia?”- e lei - “Il Paradiso mamma!”. 
Un sogno di tantissimi anni fa, ero piccolissima, non l'ho mai dimenticato. Forse è davvero così, chi può dirlo. Con affetto, Pulcinella.

giovedì 21 aprile 2011

Ancora su Drama e Drammaterapia...

Laboratorio di Drammaterapia , 20.04.11
@ director
Il "drama" procede dall'iniziale provocazione significativa ed il senso di quest'ultima è personale e collettivo in un gruppo di drammaterapia. Non è una risposta, ma piuttosto un quesito che nasce dal "perturbante" in noi, svegliato nella letargia di rigidi meccanismi di difesa. Ed in quanto quesito, è "azione" tesa a rappresentare quel "risveglio".
In questo risiede l'azione drammatica. Il processo drammaterapico è quindi uno scatolone che contiene e ricontiene le varie edizioni di un proprio In-Out e come un illusionista le tira fuori a stupire e meravigliare: la capacità di non essere eguali a se stessi, pur restando se stessi.

In bilico tra interprete e personaggio si svolge allora la silenziosa intervista all'anima.

martedì 19 aprile 2011

Laboratorio di Drammaterapia

Il Pianeta fatto di Paura

@ director
"Hitler ha sbagliato tutto: se fosse vissuto nei giorni nostri avrebbe mandato dei tedeschi coi barconi a invadere il mondo e nessuno avrebbe potuto fermarli perche', beh, ci sono le ragioni umanitarie'". Questa è paura, anzi terrore.  E' terrore l'uccisione di Vittorio Arrigoni ed anche quando la diplomazia prostituisce la "umanità" con la legge del più forte.

"Vittorio Arrigoni", immagine tratta dall'account di
 facebook
Ho recentemente ricordato questo ad un mio paziente con attacchi di panico: poteva rivolgersi teneramente alla propria umanità, sentirla come valore, farsi proteggere da essa, oltre che dai farmaci, mentre una tempesta ormonale attraversava il suo corpo, tuttavia senza fare danno. Sì, la nostra paura può difenderci dalla paura, quando gli eventi sorpassano la realtà ed allora il panico finisce di farci del male, anzi il panico finisce proprio. Giusto quest'anno, sono trenta anni che curo pazienti con attacchi di panico e so che la rassicurazione che "...non può succederti nulla di più grave" e temibile di quello che già accade quando sei colto dal panico, è un'informazione che non serve a tranquillizzare. E' utile, inizialmente, per sgombrare il capo dalla confusione tra fisico e psichico, ma quando poi li devi far lavorare insieme (perchè nulla è solo fisico o solo psichico), perfino il "panico" serve per superare il panico. Ed allora la coscienza di valori superiori alle nostre contingenze e rituali preoccupazioni è un "gancio" a cui appendere potentemente la nostra "salvezza". Ci riporta alla consapevolezza, oltre l'esistere, di essere imperfetti attribuitori di senso, ma che, tuttavia, hanno la possibilità di sbagliare e quindi migliorare.
Un grande uomo (anche se non amo le citazioni) affermava che gli errori degli altri ci servono, perchè non potremmo imparare tutto da quelli che possiamo commettere nella nostra limitata esistenza...Una bella definizione che rassicura sull'errore, spingendo il pedale sulla responsabilità, piuttosto che sulla "colpa".
Vittorio puà "salvare qualche paziente (purchè questo lo desideri) da un attacco di panico, da un pensiero ipocondriaco, proprio mentre il "volontario" sta soffocando, probabilmente stretto da un legamento di ferro, in una stanza abbandonata in Gaza, per davvero. La sua esistenza, la passione, fatta delle stesse catecolamine che scorrono abbondanti in chi è preso dal panico, inducono a riflettere, a sentire in noi, disapprovazione, ma che dico... rabbia ed indignazione, e poi infine dolore, al posto della paura. Non avviene tutto solo perchè ci riflettiamo, solo perchè leggiamo commossi un articolo di giornale, ma più silenziosamente, se la nostra anima è nutrita da vicende oltre il confine delle nostre mura. E' una "nascita" interna che da dentro ti fa ritrovare senza paura, ma con la capacità di sperimentarla, se è umana. Disumane certe morti e tragedie, disumano il panico se per nutrice ha un civiltà con i paraocchi, che inventa mille marchingegni per fotografare il mondo, senza "rifletterlo" veramente.
Negli ultimi anni, nel web e nelle rubriche televisive ho spesso sentito affermare che "la crisi economica fa aumentare vertiginosamente la statistica degli attacchi di panico"; poi è stata la volta del terremoto dell'Aquila, poi gli omicidi di Sarah di Yara... Fatemi ironizzare sull'arguto senso scientifico di chi utilizza queste informazioni per "istigare" a delinquere... Lo sappiamo che un numero significativo di incidenti dell'aria può far aumentare la paura di volare, che il clima di incertezza che il terrorismo ha culturalmente creato incide profondamente sulla nostra sicurezza, fuori, ma anche quella interna. Non serve che quel mestiere che la specie degli sciacalli ha selezionato per motivi di biologica sopravvivenza, sopravviva anche in noi, predando chi è già stato predato: l'informazione che usa stessa per sopravvivere, utilizzando la tragedia o la paura. Questo non è etico e non aiuta chi soffre di "paura".
Nel nostro coraggioso teatro, ma pieni di timori, siamo consapevoli di aver rappresentato, in tre diverse edizioni, "Il Kamikaze" e di averlo registrato, mentre a Gaza o in Israele si muore per davvero. Di aver portato in scena Barbablù, mentre a due giovani promesse donne veniva violata la vita. La consapevolezza e la riflessione ti riparano dall'inganno della storia, del dittatore, del professionista, di te stesso. Si può combattere con i valori, senza sparare, senza confini arbitrari (quando ideologici, sia che si alzino, sia che si abbattano) contro l'indifferenza, il luogo comune, la comoda poltrona finchè un terrore infondato ci prenda, sfortunatamente, e ci induca a combattere inutilmente contro noi stessi. Cosa sto affermando? Intellettualmente è onesto riconoscere che la non riuscita integrazione tra valori personali e sociali, nella cultura e nell'individuo, può condurre a far funzionare il nostro corpo e la nostra mente in modo disordinato, non utile alla nostra esistenza ed a quella degli altri.
Grazie Vittorio.

venerdì 15 aprile 2011

Drammaterapia, la trama della relazione

Alice nell'esperienza del "filo": Drammaterapia, oltre il copione
@ Alice
"Recitare un copione o improvvisarlo non è facile (eppure quanto siamo attori nella vita!), soprattutto quando ci si trova ad interpretare parti che magari non ti appartengono. Stai in mezzo alla scena, occhi che ti guardano e non sai cosa dire, hai paura di dire una cosa stupida, hai paura di essere giudicata, non sei attrice e non sai recitare....Che fare? Pensi, ma il tempo è poco devi parlare, devi dire qualcosa, il cuore batte e la voce trema ma devi parlare.Vorresti urlare ma non ne sei capace, vorresti uscire di scena, ma non puoi. Che ci faccio io qui....Le emozioni sono troppo forti, il cuore batte, l'ansia ti assale...piangere o farsi coraggio? Ti fai coraggio e tiri fuori qualcosa, giusta o sbagliata che sia, bella o brutta ma l'hai tirata fuori ed è un traguardo in più che hai raggiunto!"

@ director
Ci hai fatto venire l'ansia, per un momento, e poi stare davvero bene! Fiuuuuu......

giovedì 7 aprile 2011

Drammaterapia, «Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro»

" Ha da passa' 'a nuttata"

@ director
DramaticaMente...parlando, ieri c'è stato un bisticcio di parole, racconti, versioni dei fatti e confusione da parte di una "fantastica" famiglia in crisi d'identità, che non poteva non comportare un'analoga confusione, affastellamento e contraddittoria ressa di interpretazioni da parte dello psichiatra, della psichiatra e dell'assistente sociale, "fantastici" anche loro. La "simulata", scarna di dettagli precostituiti, costruita in intinere tra suggerimenti del director e veementi proposizioni degli interpreti, ha riprodotto nella rissa a terra della due sorelle (la madre a la di lei sorella), davanti agli occhi stupefatti dei due gemelli "affiatati" (figli della prima e nipoti della seconda, ovviamente), la confusa battaglia delle idee che lì albergava in tutti, ma che dico...aleggiava come un vento che non sa decidersi da dove soffiare e dove rivolgersi. Poderosa esibizione delle contraddizioni, magnifica denuncia dell'impotenza, ricca sorgente di molte ipotesi (nessuna certa), esemplare spettacolo di incoerenza, impulsività, perdita dei confini...Ilarità e stupore negli interpeti e in chi assisteva, ma poi...basta? No. Servirà fumettarla (in mancanza di un video). Serviranno foto dei personaggi e nuvolette piene di cose "insensate" e che tuttavia un senso hanno. Servirà che voi, qui, riferiate e raccontiate cosa diavolo vi passava per la testa...perchè, è vero, come dice il brano di Vasco finale, " Ha da passa' 'a nuttata", ma il vero problema è che noi tutti siamo nei guai con il "giorno" e quello è sempre troppo lungo per far fare il suo lavoro benedetto alla notte.
Dimenticavo, "lo zio camionista", si...insomma quello che fuma molto, ha poi deciso di portare con sè, durante qualche trasferta in camion (prestigiosa prescrizione dello psichiatra, tra le tante), solo un gemello alla volta, anche se sono "affiatati": più prudente far guarire la famiglia un poco alla volta...
Ho titolato queste righe con una frase da scritto inedito di Eduardo. Buon lavoro "attori".